era tutto un po' troppo uguale e un po' troppo diverso da me

Erster Mai

Posted: May 1st, 2013 | Author: | Filed under: Larve | Tags: , , | 2 Comments »

Il primo maggio mi piace stare dietro a tende tirate a leggere un po’ e mandare messaggi con scritto scusa sono mega raffreddato ci becchiamo domani. L’unica finestra di tutta casa si affaccia su un albero che si trova nel cortile interno del palazzo; se anche riuscissi a vedere attraverso questo rosa fitto di fiori davanti a me troverei soltanto un’inanimazione prolungata, una sorta di apnea serena. Potrei essere a Kotbusser Tor  a lasciare tracce di sudore sulla pelle di qualche sconosciuto che non guarda dove va, che a sua volta le lascerà su qualche sconosciuto intento a cercare i suoi amici, immobile come un faro dentro a una corrente che nemmeno capisce come funzioni. Potrei parlare più forte per sovrastare il caos di chi parla più forte nel tentativo di far capire alla sua ragazza, ostaggio del ritmo di un DJ set improvvisato, che “DEVO TROVARE UN POSTO DOVE PISCIARE”.

Il primo maggio mi piace stare dietro a tende tirate. Espiro con le labbra vicinissime al vetro e il rosa fitto di fiori diventa opaco, il mio fiato si espande sull’inanimazione ed è come spazzare via quell’ultimo brandello di mondo che ancora avevo, dall’unica finestra affacciata su un albero che si trova nel cortile interno del palazzo. Ma a rovinare il mio piano diabolico, su quella supeficie fredda non più trasparente, il ritrovamento imprevisto di una cinquina di impronte digitali. Prima ancora di chiamare la scientifica riesco a risalire al possessore. Lo vedo, distintamente, mentre mi implora di scendere in cortile e costruire un pupazzo di neve, con il palmo e il viso e ogni sporgenza schiacciate contro il vetro. Una cinuantina di centimetri più in su, questa macchia scura dov’erano appoggiate le tue labbra. Ci appoggio anche le mie e ti bacio, ancora, e di nuovo, e finché sarà necessario.

Il primo maggio mi piace stare dietro a tende tirate, in tua assenza nell’assenza di tutto il resto, a ricordarmi come da solo non mi basto.

 


Atlantico

Posted: March 16th, 2013 | Author: | Filed under: Larve | Tags: , , , | 5 Comments »

Se l’oceano ti avesse rapito me ne starei sulla spiaggia con gli occhi spalancati e riuscirei a non dormire mai. La stessa onda placida che a tradimento si insinua nella bocca del bagnante porterebbe a riva con ingiustificata nonchalance il tuo orecchio destro. Dopo averlo ripulito dalle alghe e dal sale lo impugnerei all’altezza del mio orecchio sinistro, prolungandolo mentalmente con una testa, un naso, un orecchio, una bocca, due occhi, collo, busto, braccia, gambe, piedi, pancia da alcolista, occhiali, mani piccole, un livido sul fianco sinistro, capezzoli sensibili, voce occasionalmente acuta e due parole che mi dicevi prima di dormire e che non ho mai avuto il coraggio di ripetere. Se l’oceano ti avesse rapito guarderei il tuo ricordo negli occhi e gli direi di stare tranquillo, di attendere il pagamento del riscatto. Ma l’Atlantico non è così cattivo e l’abisso non è poi così scuro. E non c’è nessun rapimento. Solo il tuo posto e il mio posto e settemiladuecentosedici kilometri di acqua tra i due. E se l’oceano non ti avesse rapito, se te ne fossi semplicemente andato, nessun ponte sarà mai lungo abbastanza.


Una guida di Berlino – Monumento alle vittime dell’Olocausto

Posted: March 12th, 2013 | Author: | Filed under: Berlino, guida | 1 Comment »

Berlin Denkmal or a rendition of an old video game

I caduti aspettavano di essere raccolti ma tu non avevi occhi che per me. Non avevi occhi, o avresti notato quanto non desiderassi quelle attenzioni. I caduti non cadevano più, solidi come ricordi che non puoi zittire, erano una foresta di pensieri lastriformi in cui perderti, in cui abbandonarti e non trovarti più.

foto di loonatic


Trovare casa a Berlino #11 – Le tre regole d’oro

Posted: February 20th, 2013 | Author: | Filed under: Berlino, trovarecasa | Tags: , , , , , , , , | 3 Comments »

Visto che (per mancanza di tempo) il blog langue e che da secoli non aggiungo un capitolo alla mia guida su come trovare casa a Berlino, ho deciso di pubblicare qui un articolo che avevo scritto mesi fa per Berlino Cacio e Pepe.

Enjoy, e ricordatevi che riciclare è importante!

Diciamolo: trovare una stanza a Berlino, specie se si è stranieri e con un tedesco zoppicante, sta diventando un’impresa titanica. Se aggiornate la home page di WG-Gesucht ogni quindici secondi e siete perseguitati da parole come Genossenschaftsanteil o Parkmöglichkeiten, allora sapete di cosa sto parlando.

Ho scritto tre casi studio a testimonianza (quasi postuma) del mio incubo di ricerca casa, sperando di poter essere utile o per lo meno di dare una mano a sdrammatizzare.

1) Horror Vacui

Vera e Ines mi accolgono nel loro grandissimo, fighissimo, arredatissimo appartamento di Adalbertstrasse con una gentilezza distaccata (stereo)tipicamente tedesca. Dopo una chiacchierata di circostanza in cucina condita dai più classici stuzzichini da colloquio (noccioline e orsetti gommosi, mai una sorpresa) ci spostiamo in quella che potrebbe diventare la mia nuova stanza. Aprono la porta e l’orrore si staglia su di me. Non soltanto la stanza è grande come una cella di Guantanamo e completamente vuota, ma le pareti bianche sono guarnite con schizofreniche strisce di colore totalmente random. Peggio dei capelli di Solange o dei dipinti dell’elefante Ruby nel suo periodo post moderno. Le padrone di casa si voltano verso di me per avere un parere e nella mia mente c’è il vuoto siderale. Taccio come quando la prof di Analisi lineare mi chiese la moltiplicazione tra matrici. Taccio e mando a puttane il colloquio.

La prima regola d’oro del cercatore di stanza, quindi, è avere sempre in canna un feedback positivo da dare alla stanza, indipendentemente da quanto terribile sia la prima impressione. All’inizio ci vuole un po’ di allenamento, ma con la pratica si impara ad aggrapparsi ai particolari più idioti risultando convincenti. E se proprio siete a corto di idee c’è sempre un classico intramontabile dei commenti fuffa: “Mi piacciono i soffitti alti!”. Immagino che essendo italiani siate anche voi alti un metro e un puffo, quindi geneticamente adatti a vivere anche nella casa dei sette nani. Ma non importa, se siete bloccati andate di soffitti alti e non ve ne pentirete.

2) La stronza

Quando arrivo a Wedding Monty e Alex stanno per mettersi a tavola, così mi invitano a unirsi a loro. Parliamo di musica, di libri e dell’Italia. Come molti tedeschi hanno un’idea dell’Italia un po’ falsata, ma stare al gioco non mi pesa: quando sono lontano da casa per troppo tempo iniziano a mancarmi anche cose orribili come la mafia, la corruzione o Laura Pausini. E’ bello parlare con loro ed è bello mettere in bocca del cibo che non sia a forma di orso e che non sia prodotto anche in un naturalissimo colore blu elettrico. Tutto procede perfettamente finché, dopo dieci minuti, suonano alla porta. “Another person asked to come earlier, so we thought the two of you could share this interview. Is it a problem?”. Ovviamente no. Sono una persona adulta in grado di affrontare una cosa del genere con il giusto distacco e senza risentire della competizione.

O forse no.

La stronza entra con le tette di fuori e tre birre in mano dicendo qualcosa di estrememamente giovane e fastidioso che nella mia mente è diventato “I’m coming up so you better get this party started”. E all’improvviso la magia è rotta. La nuova ospite sudamericana monopolizza la conversazione eclissando ogni mio intervento e a un certo punto, sorseggiando la sua birra, prununcia la frase “I get drunk very easily”. Sono sconvolto. L’unica cosa più volgare che potrebbe fare è infilare 50 Euro nelle mutande di uno dei due e sussurrare “sarà il nostro piccolo segreto”.

L’insegnamento da trarre, qui, è di non strafare. Siate voi stessi, possibilmente al meglio di voi stessi, ma non PIU’ di voi stessi. Fare eccessivamente i simpatici o essere troppo accondiscendenti è una cosa che, coi tedeschi soprattutto, non paga.

3) La stanca

Katarina mi accoglie nel suo appartamento al milionesimo piano di uno di quei palazzoni di Mitte. “Vuoi qualcosa da bere? Acqua o birra?”. Prendo la birra. Voglio essere semioticamente giovane anche se nel cuore vorrei essere sotto le coperte con una camomilla a leggere un classico della letteratura russa. Ci sediamo sul terrazzo a sorseggiare la nostra Beck’s gggiovane e ghiacciata e lei mi dice che è stanca. Di cosa? Del lavoro, forse? Della vita? Delle repliche di Dirty Dancing? No, Katarina è stanca di fare colloqui per la stanza. “Non sai quanto sia stressante”, aggiunge.

Ora. Io sono al quarto colloquio della giornata (e tipo il quindicesimo del mese) e non so se avrò un tetto sulla testa tra una settimana. Ho mal di testa e un ammasso di orsetti gommosi spalmato sui molari (a questo punto rimovibile solo chirurgicamente). Devo essere carino e gioviale quando ho ormai la stessa joie de vivre della cantante dei Gossip sui nuovi manifesti che si vedon per Berlino, che l’unica cosa da fare per rallegrarla sembra essere spruzzarle della cocaina nelle narici. E tu, piccola testa di bratwurst, mi dici che sei stanca?

Terza golden rule del cercatore di stanza: self control, self control, self control. Trattenersi dallo strangolare il vostro interlocutore non è sempre facile, ma è necessario. Se poi l’altra persona vi sceglie e nasce una grande amicizia, dopo qualche mese potrete ridere insieme di quel momento in cui l’avreste volentieri schiaffeggiata con un’incudine. Se invece non vi sceglie, avete il suo nome e il suo indirizzo e potete darli al primo volontario di Amnesty International/WWF/gente-vestita-da-clown-che-terrorizza-i-bamini-in-ospedale  che vi ferma ad Alexanderplatz


Aimee Mann @ C-Club

Posted: February 2nd, 2013 | Author: | Filed under: Berlino, concerti | Tags: , , , | No Comments »

aimee mann

Non so se posso farmene un vanto, ma attendevo questo momento da un sacco di tempo. Aimee Mann appartiene a quel gruppo di artisti che fanno un tour all’anno ma solo ed esclusivamente negli Stati Uniti, e nonostante la segua dalla notte dei tempi non ero mai riuscito ad andare a un suo concerto. Ora che finalmente the dream came true devo però ammettere che nel complesso si è trattata di una mezza delusione.

In realtà Aimee è bravissima, simpaticissima (gli intermezzi parlati tra una canzone e l’altra sono stati forse la cosa migliore) e…sorpresa sorpresa…parla tedesco! Non nel senco che ha imparato Hallo e Aufwiedersehen dietro le quinte, ma nel senso che deve proprio averlo studiato a scuola!

Gli inconvenienti che hanno rovinato questo quadro fin’ora idilliaco, però, sono fondamentalmente tre: l’acustica, la gente e la scaletta. Il C-Club dovrebbe teoricamente essere una buona location per concerti, e quando ci vidi Bon Iver non fu effettivamente così male, ma questa volta ero in una posizione sfigata (in fondo in fondo, appena dopo l’entrata) e la qualità del suono non mi è sembrata delle migliori. Il fattore pubblico, invece, non è stato un inghippo così grosso ma più una sorpresa: metà dei presenti in sala (o più) avevano più di quarant’anni. Ero basito. Non avevo la più pallida idea che Aimee Mann avesse un pubblico così..ehm..poco giovane. Per un attimo ho pensato di aver sbagliato posto e di essere finito a un concerto di Nilla Pizzi.

Ultimo e più importante fattore di disturbo, però, è stata senz’altro la scaletta. Come facilmente auspicabile, la maggior parte delle canzoni proveniva dall’ultimo disco (di cui non sono un grande fan) e vabè. Poi però anche le altre che è andata a pescare dagli album passati non erano tra le mie preferite, eccezion fatta per quelle di Magnolia e la meravigliosa 4th of July.


prima di dormire

Posted: January 20th, 2013 | Author: | Filed under: Larve | 2 Comments »

Al posto della bocca, rubinetti sigillati da cui gocciola un secreto muto. Si stacca dalle nostre labbra, tra uno sbadiglio e un ultimo bacio, per tuffarsi in un silenzio più grande che allaga la stanza, ti rimbomba in testa, non ti lascia dormire. La radio risponde agli ordini delle tue dita stanche, prontamente, e suona soltanto per noi un sottofondo di cattive notizie. Mentre altrove rotolano teste, le tue palpebre si chiudono sul giorno come ghigliottine spietate e il tasso di disoccupazione si alza come il tuo petto sotto la mia mano sotto la mia testa, per poi tornare giù. Le petroliere affondano in mari che diventano più neri dei sogni che stiamo per scordare. Mi sento in colpa perché va tutto bene anche se va tutto male, perché non so tenere gli occhi aperti.


Giù in Italia

Posted: January 1st, 2013 | Author: | Filed under: la robba | Tags: , | 4 Comments »

I miei genitori volevano risposte, giù in Italia. Ora che vivo da solo, quassù, tutto solo, loro pensano che sia diventato una persona pragmatica, organizzata, uno in grado di avere opinioni e dare consigli legati a questioni di casa. E ora che (finalmente) stanno costruendo un bagno al piano superiore del nostro loro appartamento, vogliono sapere da me se è meglio metterci la vasca o il box doccia, sottoponendomi tra l’altro a un’estenuante visione di dozzine di modelli su un sito che vende vasche da bagno.

Vasca o box doccia? Box doccia o vasca?

Così di primo acchito la mia risposta è stata la vasca, più per una questione di associazioni mentali che altro. Pensateci: se escludiamo il povero Marat assassinato nella sua vasca da bagno, la vasca rappresenta, nell’immaginario collettivo, un momento di relax. Dalla pubblicità del Caldobagno DeLonghi fino alle più moderne serie tv americane, quando la protagonista femminile di turno si fa il bagno a lume di candela con in mano un bicchiere di buon vino rosso, o ancora meglio prepara un bagno caldo per lei e il suo lui, con tanto di bubbles e incensi vari a profumare l’ambiente.

Tutto il contrario si può dire invece della doccia. Stando a quello che ci mostrano film e telefilm, la doccia ha perso il suo ruolo di strumento legato all’igiene personale ed è diventato il posto in cui la gente va per fare due cose: piangere o farsi ammazzare (ever heard of Psycho?). Il che, oltre a non essere vero, distoglie l’attenzione da quello che è ancora oggi uno dei grandi tabù del nostro tempo: la pipì nella doccia!! Una comodità di cui tutti ogni tanto approfittiamo, ma che non ammetteremmo mai nemmeno sotto tortura. E temo che nella vasca questo non si possa fare. Devo ricordarmi di dirlo ai miei.

 


Mont Saint-Michel

Posted: December 22nd, 2012 | Author: | Filed under: Larve | 1 Comment »

Ho appoggiato i miei sentimenti su queste rocce dure, alte, a sventolare come bandiere a vista che ti guidino qui. Poi quando arriva la marea è tutto un allagarsi di intenzioni, un affondare dentro acque incazzate che mi trovano sempre e sempre vengono a inondarmi. E allora vorrei che ti servisse remare più forte, costruire arche, ammainare vele, quando la sola cosa che puoi fare è calarti in queste acque così altissime che si ingoiano montagne, che ti daranno le vertigini al solo pensiero. Puoi solamente usare dei sottomarini, per ripescare il mio cuore in apnea intrappolato dal mare di questi umori scuri.

 

 


Avvento

Posted: December 10th, 2012 | Author: | Filed under: Berlino, Larve | Tags: , , | 2 Comments »

Il contorno al cioccolato suggerisce dei problemi con le attese. Alzo un po’ il riscaldamento, ripulisco gli angoli di questa bocca che non sa aspettare. Dicembre è appena nato, è nuovo di zecca, eppure io mi accingo a divorarne tutti i giorni. Vorrei essere di quelli che aprono una finestrella alla volta e vivono un giorno alla volta e sanno come fare. Ma sono uno di quelli che ha bisogno di sapere, di vedere una fine, e il calendario dell’avvento che mi hai regalato è già quasi vuoto.


Dirty Projectors @ Berghain

Posted: December 6th, 2012 | Author: | Filed under: Berlino, concerti | Tags: , , , , , | No Comments »

dirty projectorsDavid Longstreth, leader e mente dei Dirty Projectors, ha 31 anni ma ne dimostra di più. Sale sul palco del Berghain (locale più hip di Berlino, ma deludente location per concerti) e non dice una parola, lasciando ad Amber Coffman l’onere di interagire con il pubblico. In bilico tra timidezza e follia, tipo i Frere Chaos, prosegue in questa linea di azione (o non azione, meglio) per tutto il concerto, lanciando appena qualche occhiata al pubblico ogni tanto.

C’è però una grande maturità (non tecnica, ma maturità!) nel suo modo di cantare, così dritto e pungente, che sembra contraddire il suo atteggiamento sul palco, o forse integrarlo.